City Limits

la città vesuviana

Dopo quasi un quindicennio di dibattito culturale è finalmente sancita l’opportunità di discutere di Vesuvio come di un insieme complesso in cui la parte antropizzata va presa nella sua interezza, con caratteri non generalizzabili nei desueti termini di città-dormitorio e di conurbazione napoletana.
Il continuum edilizio caratterizzante specie la fascia costiera, non è oggi né periferia metropolitana, né città a sé, ma fondamento di una città vesuviana con caratteri unitari da qualificare.

Tutto il golfo è trapunto da città, edifici, piantagioni, cosí uniti tra loro da assumere l’aspetto di un’unica metropoli. Strabone, Geografia V, 4,8

Il termine si è oggi liberato dai segni dell’invenzione e dell’utopia per indicare una particolare realtà urbana in cui le singole municipalità non sono (non lo sono mai state) episodi isolati, bensí partecipi di una piú complessiva realtà territoriale in cui l’urbano ed il rurale, il naturale e l’artificiale sfumano di continuo l’uno nell’altro.2 Il termine «Città Vesuviana» riguarda dunque sia l’insieme dei caratteri comuni storico-geografici che economico-sociali, fisico-morfologici (la tessitura dei casali agricoli, le ville vesuviane, i palazzi storici, le relazioni tra le strutture urbane). Ma il concetto di Città Vesuviana esprime anche una tensione utopico-progettuale che si àncora al diffuso bisogno di rinascita dell’area vesuviana sotto il profilo sociale, ambientale e culturale; istanze queste che richiedono una diffusa assimilazione, tra le popolazioni, del concetto di locale (nel senso di «territorio di appartenenza») da cui consegue la conquista della consapevolezza dei problemi e la forza di trovare soluzioni.


La Città Vesuviana, dunque, va intesa sia come fenomeno che come modello e la comunità scientifica ne dovrà tener conto nei discorsi futuri.

Possiamo distinguere all’interno di questa piú ampia definizione due sub-città con molti caratteri comuni ma distinti aspetti e livelli di evoluzione storico-urbanistica:

A. la linea costiera;

B. l’arco orientale del Somma e le prime propaggini nolano e sarnese.

Nel sistema A (costa) è piú spiccatamente presente la matrice ovviamente lineare, mentre è radiale la dominante per il sistema B (Somma). Ciò ha comportato, nei due sistemi, ad evoluzione e interazione diverse tra le città. La legge di crescita nella sub-città costiera non va per centri (nonostante le presenze storiche di Pompei, Ercolano e Stabia) ma per diffusione nebulare e lineare a partire da emergenze isolate: villaggi, torri difensive, chiese, conventi, grandi contenitori (come la stessa Reggia) tutte realtà con spiccati caratteri territoriali. Uno di questi elementi catalizzatori – il casale – è presente, come il castello, molto piú nella sub-città sommese, la quale però contiene anche grosse realtà urbane di partenza. Questa differenza, guardata dal punto di vista della ciclicità insediativa, è ancora piú avvertibile per il maggior ricambio antropologico sulla linea litoranea (A) rispetto all’arco sommese (B): generazioni di vesuviani (acquisiti o meno) si sono succedute sul territorio litoraneo fino alla problematica invasione odierna, tanto da rischiare ogni volta la perdita di identità territoriale ed etnica.

Conseguenti sono le differenze di caratteri, tradizioni antropologiche, sviluppi: la forte individualità dei centri dell’arco orientale – da Cercola, Trocchia, fino a Terzigno – la capacità di questi centri di conservare identità sono note, come anche il rapporto piú distaccato con Napoli. Infatti, il vero oggetto di colonizzazione della metropoli è stato molto piú la fascia litoranea, anche per la facilità di essere raggiunta per mare. Queste differenze, sempre piú profonde, hanno portato ad una marcata divaricazione di caratteri e destini delle due sub-regioni. Si tratta, dunque, di pezzi di una città circolare-lineare da un milione di abitanti, diversamente colpita da una crisi di quantità, che oggi è crisi di qualità funzionale: le manca, cioè, il respiro di un grande sistema urbano. Non è difficile intuire che i processi perversi che hanno portato alla crisi della sub-città litoranea sono soltanto sfasati all’indietro di un decennio rispetto all’altra: in certo modo, il sistema A rappresenta il futuro possibile del sistema B se fosse lasciato libero di reagire alle forze in campo. Chiara, dunque, l’urgenza e la priorità che s’è data allo studio del litorale vesuviano, nel tentativo di dare indicazioni anche sull’evoluzione della crisi (anch’essa ormai in atto) del sistema B, che, in ogni caso, ha alcune caratteristiche diverse.

Quanto alla definizione spaziale del sistema, è utile la delimitazione morfologico-storica (ma anche mitologica) determinata dai due corsi d’acqua, il Sarno e lo scomparso Sebeto. Questa delimitazione è anche confortata, sotto il profilo vulcanologico, dal limite dei prodotti eruttivi rilevati e, quindi, dal carattere dei cicli di trasformazione orografica derivanti dagli esiti eruttivi. Appena piú stretta è la fascia interessante il fenomeno delle ville vesuviane del XVIII secolo (fino a Torre del Greco), mentre il carattere di residenza estiva si estende al secolo successivo per tutto l’insieme A. Dal punto di vista economico, l’insieme considerato regge alla prova sia per la presenza omogenea di industrie, sia di produzioni agricole che, infatti, mutano carattere a ridosso dell’agro nocerino-sarnese (in special modo per l’agricoltura) e nell’area di Napoli Est (per l’industria).

Questi ed altri aspetti di interconnessione inducono a non considerare rigide e assiomatiche le demarcazioni tra l’insieme A e B della Città Vesuviana; sarebbe infatti oltremodo interessante un’analisi delle frange di confine (San Giovanni a Teduccio-Barra, Torre Annunziata-Castellammare, Striano-Sarno) per poter cogliere l’intricato intreccio tra piú caratteri che evolvono l’uno verso l’altro; infatti, è proprio su queste linee di frontiera che, per differenza e conflitto, si riconoscono le trame fionomiche del territorio vesuviano. Su di esse, tra l’altro, verte la parte piú delicata della ricongnizione dei confini della possibile Città Metropolitana, il cui processo la legge 265 ha fortemente accelerato: il problema dell’inclusione o meno dei comuni contigui a Napoli mette l’accento sulle identità territoriali, rimette in moto, necessariamente, la ricerca storica sulle radici di appartenenza, sicché la città metropolitana va costruita appunto per integrazione di distretti storicamente identificati (le città nolana, flegrea, vesuviana, ecc.), con cui la città stretta di Napoli si deve misurare, onde evitare nuovi deleteri meccanismi di colonizzazione.

Nella sua «Megalopoli», Gottmann cosí descrive la conurbazione a struttura nebulare che si stende sulla costa nord-orientale degli USA, realtà per tanti versi simile alla città vesuviana, sebbene di dimensioni molto piú vaste e con status socioeconomico del tutto diverso: «Dobbiamo perciò abbandonare in questa zona l’idea di città come unità fittamente costruita ed organizzata, in cui la gente, le sue attività e le sue ricchezze sono condensate in un’area molto piccola, chiaramente distinta dai contorni non urbani. Ogni città di questa regione si stende in lungo e in largo attorno al suo nucleo originario; cresce in mezzo a un miscuglio irregolarmente colloidale di paesaggi rurali e suburbani; si fonde su ampi fronti con altri miscugli di struttura per qualche verso simile, anche se paesisticamente diversi, che appartengono ai dintorni suburbani di altre città. Si può osservare questa fusione, per esempio, lungo le principali arterie di comunicazione che uniscono New York a Filadelfia». Jean Gottmann,  Megalopoli, vol. I, pagg. 5-9, Einaudi,1970

Con la presente iniziativa editoriale si riprende dunque un filone storico finora reietto, quello che parte dalle microstorie, operandone in qualche modo una integrazione all’interno di una rilettura alternativa della storia ufficiale, mentre si tenta un rapporto, una saldatura con letture altre dell’evoluzione del territorio: economia dello spazio, politica, società, allo scopo di ricomporre su basi nuove la complessità del discorso. Una operazione, questa, non solo necessaria a ricomporre in unica visione il quadro di un’area, ma anche valida a fungere da sperimentazione di nuove metodologie di ricerca su un territorio strutturalmente interdisciplinare.

Aldo Vella (2005)


Il tema “Città Vesuviana” nel suo complesso è trattato nel libro: A. Vella, F. Barbera, Il territorio storico della città vesuviana, Laboratorio ricerche&studi vesuviani, 2001.