City Limits

Tema

tracciati

i sentieri del monte somma

sulla via dell’Arenaccia alla ricerca della Faccia del leone

A oriente di Somma c’è un sentiero che ho chiamato dell’Arenaccia perché porta in cima ai Cognoli di Ottaviano, detti Arenaccia e in dialetto ‘A Sciulia per il fatto che si scivola sulla rena.

Si parte dalla Statale 268, piú o meno di fronte al passaggio a livello della strada che conduce a Marigliano. Il sentiero si infila nel Lagno Fosso dei Leoni, denominazione che deriva dalla presenza contrapposta di due contrafforti rocciosi in forma leonina sulle creste del Somma. Per chi volesse capire perché il nome del lagno è solo convenzionale deve arrivare in cima. Le due figure di leone del picco di roccia vulcanica della cima a ovest dei Cognoli di Ottaviano e di quella a est della Punta del Nasone da lassú sfidano a controllare da vicino.

Parto con Salvatore d’Alessandro per una verifica. Percorsa la parte dritta del Lagno, di circa un chilometro, arriviamo al bivio che a destra porta nel Lagno di Casciano e a sinistra imbocca il Lagno dell’Abbadia, che piú su è chiamato Lagno d’ ’o Cecato. Percorso un tratto di una ventina di metri, si lascia lo sterrato e si prende a sinistra la stradina d’asfalto, detta ‘E Contrafatte. Il termine, come il precedente, deriva da un soprannome. Altra denominazione del sentiero è Cupa Maresca per essere la zona appartenuta a questa famiglia. Percorrendola tutta, (a metà della stessa due siti archeologici non chiaramente visibili nascondono due ville rustiche romane: una a est, lí dove c’è una cava di sabbia, ed una ad ovest su un colle in un podere privato), si arriva ad uno slargo dopo un’erta. La strada dritta sale per un sentiero sterrato. Si va su incrociando un castagno che si appoggia ad un masso di magma di una decina di tonnellate. Sulla destra un possente salto di lava basaltica (‘o Rarone) è matrice di massi erratici. Quando il sentiero gira ad “U” abbiamo di fronte, a sud, un’alta caldera spenta, ancora rossa di ferrite: è il primo gran fosso che si incontra e che prende il nome di Carcavozza e va a versarsi nel Lagno di Macedonia.

Quindi ci si inerpica fino alla barra di ferro che impedisce il passaggio alle auto. Il viottolo scende a est e supera il vallone omonimo proprio sopra il fosso/caldera. Qui si incontrano gli ultimi poderi con frutteti e castagneti ben curati. La valle è amena, non c’è vegetazione di sottobosco; c’è qualche capanna in metallo ed i resti di un capanno di terriccio, muschio e pali, come se ne costruivano una volta. Piú su due cancelli enormi chiudono le proprietà e gli ultimi casolari. Uno è quello bianco, il piú in alto, che si fa notare dalla vallata a nord, ‘A Casa ‘e Nicola Acqua e Viento di Pomigliano. Il proprietario ha scelto la località solitaria con l’intento di cercare l’acqua al Ceraso che non ha mai trovato, (informazione di Sabatino Albano). Nel 1704 quella selva era feudale ed è documentata come Il Ceraso, mentre oggi dai contadini è detta Acqua a ‘o Ceraso.

Dopo diversi tornanti si giunge alla Traversa, il viottolo che taglia trasversalmente il Somma ad un’altezza variabile tra i 700 ed i 750 metri sul livello del mare. Qui si può scegliere di andare ad ovest (destra) ed arrivare al tuoro che dà sul Varo del Murello, dove si interrompe l’agevole passeggiata ed il viottolo si restringe e diventa pericoloso. Andando a est, a sinistra, dopo duecento metri, in una curva a gomito, un viottolo, non segnato dal binario delle tracce dei fuoristrada, si inerpica procedendo verso sud. Se si continuasse verso est si arriverebbe al sentiero che sale dal Largo Angelo Prisco che ben pulito comincia alla Valle delle Delizie di Ottaviano, (oltre si arriva alla Traversa di Terzigno). Infatti all’incrocio si incontra un’altra barra metallica, voltando a destra (ovest) si stacca una via che porta in cima lungo le creste dei Cognoli.

Procedendo invece verso l’alto si incontra un ultimo podere ansiosamente privato, segnalato da un cartello in stagno. Dopo qualche tornante il viottolo, ora coperto di un mantello di soffici foglie di castagno, si restringe ed infila un bosco di lecci. Una quercia s’è abbattuta sul sentiero e fa da naturale capanna. Oltre, dirigendosi verso est ed entrando in un piú folto lecceto lo stretto sentiero supera altri alberi caduti. Si è sempre al di sotto del bosco ceduo. Coppie di colombacci sfrecciano sulle cime degli alberi. Qua e là teneri aceri, (‘e taurane come li chiamano suggestivamente qui, rifacendosi il termine alla radice semitico-indoeuropea *taur: altura), intraprendono la via della primavera per arrivare all’autunno vivo delle rosse foglie palmari. Si sbuca quindi in una pineta che ricorda la vegetazione del territorio di Ottaviano.

Si percorre il crinale in salita lungo un filo spinato che delimita i giovani pini trapiantati. Si raggiunge il sentiero ampio che sale da Ottaviano (dopo la seconda barra), cui ho accennato prima. Dei paletti segnati di vernice blu, infissi nel terreno, ora indicano il cammino. Ogni tanto una tabella con legenda spiega il tipo di vegetazione che si incontra. Il Parco nazionale del Vesuvio ha anche innalzato muretti a secco di pietra lavica come diga al franare della rena. Ci sono traversine ferroviarie a trattenere la furia della pioggia e colatoi in piatta pietra basaltica, che evitano l’erosione del piano stradale. Tirando a destra (verso ovest) si sale agevolmente per circa un chilometro. Si taglia la cima lungo uno steccato con robuste corde che servono ad evitare che i cavalli abbiano scarti pericolosi sulla ripida discesa che precipita a nord. Da Ottaviano i cavalli di un maneggio portano in cima a pagamento, senza fatica.

Si giunge all’Arenaccia, e propriamente alla sella a ovest della cima di Ottaviano. Un reticolato e due tabelle esplicative si aprono su un panorama mozzafiato. Il precipizio è addolcito da una gran massa di rena che puoi sognare di cavalcare a salti, come s’è fatto tanti anni fa in una di quelle mattane vissute con Raffaele D’Avino, il direttore della rivista «Summana». Altissimi cunei magmatici si innalzano dalla Valle dell’Inferno e frastagliano la parete nord del Vesuvio lasciando a valle la distesa delle acaci in fiore ed in amore con le api. Lunghe ed alte lame di lava, i dicchi, attraversano in verticale, come barriere innalzate da qualche gigante, l’enorme caldera dell’antico vulcano. La stratificazione dal basso verso l’alto, cagliata e tormentata come in una millesfoglie, chiude in una morsa lo stridío ribelle dell’attività effusiva dei secoli passati. Sei in cima, della faccia del leone nessuna traccia. Il vallone di Carcavozza comincia proprio qui, partendo in discesa verso nord da un vecchio capanno di legno disfatto, (forse è servito ai cacciatori), e sprofonda a valle in un tripudio di giovani castagneti. Fulve poiane e falchetti, detti ‘e cristarielle perché crocifissi sui portoni per esorcizzare il male, planano sul bosco come nel sogno di una divinità.

Procedendo verso il Ciglio (a ovest) incontri un massiccio spuntone di roccia che si erge a strapiombo sulla valle a sud. Sulla dorsale nord un reticolato ti impedisce di finire nel burrone che si apre nel vallone che è l’impluvio del Lagno di Casciano o Fosso dei Leoni. Infatti un’alta barriera di lava impedisce di superare il salto di roccia, se non molto piú a valle sul versante alberato del Somma. Procediamo con molta prudenza; l’ostacolo può essere superato a sud, passando sotto quella che dovrebbe apparire come la fulva criniera di magma della cosiddetta faccia del leone. L’alta parete se non ha sembianze leonine ti ripaga con un’infinita suggestione di cagliate forze geotermiche. Il terreno del ripido pendio a sud è friabile e appena segnato dal passo di qualche cacciatore. C’è rischio di caduta massi. Affrettiamo il passo. Dal Ciglio avvolto nella nebbia sopraggiungono le voci delle giovani brigate gitanti del primo maggio. Nei paesi del circondario i devoti della Madonna Schiavona (scura) propiziano il raccolto con la Festa di Castello, un arcaico rito primaverile d’incremento. Anche da questo punto d’osservazione dell’altro contrapposto felino nessuna immagine. Alla faccia del leone!

La base della tormentata parete è tutta coperta di muschio verde, giallo e dell’azzurro dei licheni. La valeriana non è ancora fiorita, la ginestra impreziosisce la rudezza del paesaggio lunare. Procediamo lungo le creste alla ricerca del baratro sulla Valle del Gigante, che in una fiaba sommese fu incatenato ad un masso e quando si liberò la montagna eruttò magma. La nebbia da sud infila i canaloni di rena e si sfrangia sui pinnacoli di lava. Lentamente il lattice puffoso ed umido si irradia di luce, una sagoma scura pare voglia rivelarsi, si ritrae, nuove folate di nebbia spengono ancora i sussulti possenti della montagna.

Poi improvviso dal bianco nulla d’ovatta appare il bastione della Punta del Nasone, il Ciglio, crestato d’ombre di gitanti, (cilium: vetta). Parvenze d’essere agitate da voci ed echi, meraviglie e incanti nei giovani occhi delle scolaresche. Come la prua della nave di Caronte la cima fende la nebbia col suo carico d’anime non venute ancora ad esistenza. Sospeso tra cielo e terra, titanico. Sullo schermo fuggente del lucore gli alberi si rivelano come statue di sale con rami bianchi, scuoiati dal vento e dalla pioggia, e subito scompaiono. Poi la nebbia si arresta prima del crinale davanti ad una barriera invisibile. Esita. Sta cambiando il corso del vento. Il sole illumina la pianura a chiazze. I tetti rossi delle case rinvigoriscono l’incarnato del paese. Davanti a noi il bacino imbrifero del Fosso dei Leoni scava nella nuova pelle della primavera un solco profondo correndo verso Marigliano. Piú in là, in parte coperto dalla dorsale del Tuoro di Pascalotto, corre la Petrera e il Vallone del Murello che poi confluisce nel Lagno Cavone.

Nel panorama a nord si può familiarizzare con i luoghi noti e con quelli non identificabili: la stradina asfaltata del Palmentiello che parte dal Lagno di Casciano e arriva alle terre degli Angrisani; la via Lucio Albano che parte da via Trentola, sale alla cappella della Nuvesca e raggiunge la Traversa; il Lagno di Costantinopoli che in cima infila il sentiero che abbiamo percorso; il Tuoro dello Gnundo; l’immondezzaio al Bosco di cui rifacciamo la storia violenta; Caprabianca, e laggiú a oriente Cacciabella di Ottaviano. Compare una spera di sole: irregolari e voluttuose Nenne Belle, le fate dei campi,4 si vestono delle ali bianche e gialle delle farfalle in cerca di polline tra le erbe d’altura. Rifacciamo il percorso inverso: la forza del cuore ci frena il passo nel silenzio delle vette, mentre il timore di non imbroccare il sentiero nel lecceto, che pure abbiamo segnato in piú punti, ci calamita a valle.

Angelo Di Mauro