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i torrenti vesuviani nella cronaca di G.C. Braccini


«Raccontano i Torresi, e gli abitatori già di Massa di Somma, di Pollena, e di San Bastiano, che infin dalli 10 di Dicembre cominciarono a sentir rumoreggiare nella Montagna, con tanto raggiramento di spiriti sotterranei, che malamente potevano la notte dormire: onde alcuni, sapendo per antica tradizione che dal Vesuvio già scaturiva un fiume, il quale poi per un simile incendio si smarrí, credevano che fusse l’acqua di quello che impetuosamente scorresse e cercasse nuova uscita».


Cosí scrive Giulio Cesare Braccini, Dottore di leggi e protonotario apostolico, che nella folla dei cronisti dell’eruzione del 1631, fu uno dei testimoni piú attenti, e piú attendibili. Dunque, il mito del fiume vesuviano, si chiamasse Veseri o in altro modo, ebbe radici piú antiche di quanto immaginasse, circa tre secoli dopo Braccini, il conte Caracciolo di Torchiarolo, che teneva villa in Pollena. Del resto, fu facile costruire la leggenda del fiume vesuviano sulla realtà delle impetuose fiumare che solcavano il Somma-Vesuvio: si comprende anche lo stupore degli storici locali del nostro tempo, che sono una turba, quando leggono in Mommsen che il Veseri di Livio, teatro di epiche battaglie, forse era un fiume non del Vesuvio, ma del Matese. Braccini è anche il primo a descriverci i disastri provocati dai torrenti d’acqua che l’eruzione del 1631 creò e alimentò:

«Alle ore 8 (del 16 dicembre) essendosi raddoppiato lo strepito nella Montagna in guisa tale che ai vicini pareva che ella andasse tutta in aria, fu osservato da alcuni che poco dopo cominciò a versare dalla voragine una materia liquida, la quale allagò tutta l’Atria , che dicemmo essere fra l’una e l’altra di quelle colline, se bene non si vide scorrere effettivamente acqua sopra la terra, se non dopo le ore 16 del giorno seguente: nel qual tempo, essendosi sentito grandissimo terremoto, fece prima sopra Ottajano un cosí grande e rapido torrente, che essendosi diviso in tre profondissimi canali, uno dei quali passò sotto il Palazzo del Principe, sgorgarono tutti nel piano di Nola, allagando Sant’Elmo, Saviano, e tutti quei contorni, con affogarvi molte persone, le quali né poterono, né ebbero tempo di salvarsi: e in alcuni luoghi si alzò a un tratto 12 e 14 palmi, come in Marigliano, Cicciano e Cisterna. Un altro ne calò verso Santa Maria della Vetrara, che rovinò tutta Massa, con innumerabili Palazzi e Massarie, e finí quasi d’atterrare quanto era rimasto in piedi nella terra di Trocchia, la metà di Pollena, e fece grandissimi danni in San Bastiano».

Braccini descrive con grande trasporto la miracolosa protezione che Dio concesse ai beni della Chiesa. Perfino le pecore dei Domenicani di Sant’Anastasia furono sottratte dagli artigli rapaci della lava, che invece non risparmiò i greggi degli altri pastori. È una notizia interessante, che dà conto di una tradizione viva ancora oggi. Sant’Anastasia è famosa per il mercato degli agnelli: e tutti si chiedono quali radici abbia questa fama di una città che non ha pascoli e non ha pastori. Il tutto risale al Seicento, quando i pastori avellinesi incominciarono a portare i loro greggi nei pascoli dei valloni vesuviani e organizzarono un mercato di formaggi e di carni di fronte al Santuario, nel cortile di una trattoria le cui pagliarelle si stendevano dove oggi sorge Villa Giulia e che ancora nell’ Ottocento con i suoi succosi arrosti conquistava clienti indigeni e stranieri e meritava le lodi di Mayer, di Gregorovius e di Fucini. È veramente straordinario, per l’epoca, l’interesse che Braccini mostra per la composizione a strati della terra nei valloni tra Ottajano e Somma:

«Passato Somma trovai un vallone profondo 25 palmi e largo piú di 40 nelle sponde del quale, che erano tagliate a perpendicolo, osservai diverse tavole, o liste di varie terre e materie; perché nella superficie era solo un palmo di quella cenere e arena bituminosa e fangosa, che v’era piovuta alli 16 di dicembre, senza che vi fusse pure una minima pietruccola: appresso seguivano sei palmi di terra, la quale si conosceva essere stata coltivata tutta e cresciuta a poco a poco per le inondazioni delle acque piovane. Sotto questa era un mezzo palmo, o piede geometrico, di cenere, o arena poco differente dalla prima, e questa stimo io che cadesse in uno di quegli anni 1138 o1139, parendo appunto che la natura ci abbia voluto lassare scritto in questa terra tutti gli incendi memorabili raccontatici dagli autori: appresso seguiva un palmo e mezzo di buona terra, e sotto questa un altro mezzo piede di varie brecciole, da liste diverse distinte, le quali giudicai che cadessero dall’anno 993 e 1036 fino al 1049. Dopo ci erano due altri palmi pur di terra che appariva essere stata coltivata. Sotto di questa seguivano due palmi scarsi di altre brecciuole arenose, e queste calcolai che cadessero nel 685. Dopo queste era un palmo, o piú, di terra buona, e appresso si vedevano due altri palmi di arena, e ghiare tramezzate con alcune tavolette sottili di ceneri e terra coltivata: e queste giudicai che cadessero negli anni 471, 472, 473 e 512. Seguivano piú giú tre altri palmi di terra quasi tutta uguale, e se bene aveva qualche lista, che differenziava l’una dall’altra: sotto la quale erano 4 palmi, e piú, di brecce, rapillo o pietre abbruciate e calcinate di diverse sorti, delle quali io presi alcune, e avendole conferite con quelle che sono piovute adesso, le trovai assai simili, ma molto piú arse e consumate: a segno tale che se bene alcune di loro erano pesantissime, piú che fussero ferro, si spezzavano con tutto ciò con le mani per essere in tutto abbruciate, e dentro vi si trovavano arene lustranti, come quelle che si veggono sulla marina, e qualche scaglietta di talco: e questa materia tutta stimai che piovesse dal Vesuvio l’anno 81, a tempo di Tito, argomentando da quest’effetto che allora vomitasse assai piú roba di quel che abbia fatto nessun’altra volta da poi in qua, forse perché era stato piú tempo ad accendersi. Non vi trovai vestigio dell’incendio riferito nel 202, perché forse non vomitò pietre. Sotto queste brecce erano scoperti dall’acqua nel fondo del vallone in alcuni luoghi due palmi di sabbione sodo e naturale, atto a impastarsi con la calcina…».

Nei valloni scendevano acque «nitrose e salse»: questo spiega perché lungo le rive crescevano gli ortaggi migliori d’Italia: «le brassiche, la bieta, la ruta, la ruchetta» e soprattutto «i broccoli»: insomma il cibo prediletto dai Napoletani, che i Toscani chiamavano mangiafoglie. La storia degli alvei vesuviani entra a pieno titolo nella storia dell’ingegneria pubblica e in quella della cucina.

Carmine Cimmino