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magma

al lupo! al lupo!

Il Vesuvio è un vulcano quiescente dal 1944, ma il suo stato di “riposo attivo” non durerà per sempre. Ciò significa che prima o poi la popolazione vesuviana dovrà affrontare una “crisi vulcanica”, che potrà verificarsi in seguito ad un’eruzione esplosiva o effusiva.

Chi vive alle falde di un vulcano attivo non può ignorare i processi fisici che regolano il suo comportamento ed in che misura essi sono quantificabili e prevedibili. Conoscere il vulcano significa mettere una grossa ipoteca sul proprio futuro.

La fase di quiescenza che il Vesuvio sta attraversando potrà essere l’opportunità per sviluppare le strategie per la mitigazione del rischio e per prepararsi alla prossima eruzione. Soltanto la diffusione della cultura del rischio potrà garantire qualche possibilità di successo dei piani di emergenza e fornirà le basi per intraprendere il difficile percorso di trasformazione dell’area vesuviana nella direzione della riduzione del valore esposto del territorio. Diffondere la cultura del rischio significa porre le basi per raggiungere il giusto equilibrio tra ambiente naturale e costruito e fornire ai vesuviani gli strumenti necessari per dar luogo al dibattito sulla mitigazione del rischio Vesuvio e sulla previsione della prossima eruzione, ed è quello che ci proponiamo di fare.

Quali possibili comportamenti in caso di ripresa dell’attività del Vesuvio?

La Cry wolf sindrome, da noi meglio conosciuta come la sindrome di Al lupo al lupo è un comportamento osservato durante alcune crisi vulcaniche, in conseguenza a una mancata educazione al rischio. La corretta informazione pubblica è fondamentale per garantire l’incolumità dei cittadini di fronte alla ripresa dell’attività vulcanica del Vesuvio. Le esperienze passate hanno dimostrato che i periodi di crisi sono i momenti peggiori per preparare il pubblico a una situazione di emergenza, di conseguenza ci sarebbe bisogno di una preparazione e di un’educazione preliminari, durante i periodi di quiescenza del vulcano, per ridurre al minimo i danni di un’eruzione. Purtroppo, almeno fino ad oggi, nell’area vesuviana è mancata la cultura del rischio, mentre proliferano iniziative di informazione a carattere individuale e di associazioni che, sebbene armate di buona volontà, sortiscono effetti estremamente localizzati e poco duraturi.

cry wolf syndrome: è il termine colloquiale che usano gli anglosassoni per definire il comportamento secondo il quale il pubblico non reagisce prontamente a un’emergenza, in seguito a falsi allarmi.

Quando sono i mezzi di informazione a sollevare il caso rischio Vesuvio, la ricaduta è su un’ampia platea ma abitualmente vengono diffuse notizie allarmistiche, alterate anche dai filtri mediatici, innescando la cosiddetta sindrome di Al lupo al lupo. Eppure vivere in un’area ad alto rischio vulcanico non è una condizione sporadica, ma un dato di fatto, di cui i vesuviani hanno coscienza, ma che non riescono ad affrontare con azioni concrete per la mancanza di strumenti cognitivi ed educativi. Preso atto che senza seri provvedimenti per la riduzione del rischio il futuro sarà assai incerto per gli oltre 500.000 abitanti della zona rossa, i vesuviani dovranno chiedersi:

quali sono le azioni per evitare il ripetersi di un’ennesima catastrofe umana? Che cosa si sta facendo nell’area vesuviana per mitigare il rischio? Chi sono i soggetti preposti a educare e informare i cittadini? È realistico lo scenario proposto dal Piano di Emergenza dell’area vesuviana?

Qualche risposta è stata fornita, assicurando la popolazione che almeno quindici giorni prima dell’eruzione verrà dato l’allarme per l’evacuazione, pensando che questo – premesso che sia possibile – possa bastare ad arginare i danni per la ripresa dell’attività vulcanica al Vesuvio. Se ciò si verificasse si prospetterebbero tre ipotesi: un allarme dato in tempo, un falso allarme, un mancato allarme. Nel primo caso tutto dovrebbe svolgersi secondo quanto redatto dal Piano di Emergenza (naturalmente i vesuviani, fatti i dovuti scongiuri, confidano in questa prima ipotesi). Tuttavia, se l’allarme venisse lanciato domani, nei tempi e con le modalità previste, la popolazione non saprebbe come comportarsi e la risposta all’emergenza risulterebbe inadeguata. Un falso allarme eruzione potrebbe invece provocare un generale senso di sfiducia dei cittadini nei confronti delle autorità di protezione civile, senza considerare le spese per organizzare l’evacuazione e la ricollocazione delle popolazioni. Questa sfiducia, si tenga ben presente, non deriverebbe dal mancato allarme in sé, ma dalla mancanza di una sufficiente conoscenza del problema da parte dei cittadini, che non contemplano l’errore della Scienza e non hanno alcuna cognizione del risk management, della natura e del comportamento dei vulcani; senza un’adeguata cultura del rischio un falso allarme potrebbe generare la Cry wolf sindrome e i tentativi successivi di evacuazione risulterebbero un fallimento.

C’è, dunque, un nodo cruciale che va sciolto, poiché la Scienza non riesce ancora a fornire modelli fisici deterministici in grado di prevedere le eruzioni: la scelta di dare inizio a un’evacuazione di massa dovrà essere presa tenendo in conto la possibile percentuale di errore e l’allarme potrebbe rientrare senza nessuna eruzione. Va infine contemplata l’ipotesi di un mancato allarme, per l’assenza di precursori evidenti, che purtroppo sortirebbe gli effetti peggiori in termini di perdite di vite umane e beni. In tal caso, sarebbe quasi impossibile gestire l’emergenza in maniera ordinata; la popolazione reagirebbe in modo inatteso e la quantità di danni e di vittime dipenderebbe dal tempo che intercorre tra l’inizio dell’eruzione e le prime manifestazioni eruttive distruttive.

Secondo il Piano di Emergenza dell’area vesuviana, il prossimo evento massimo atteso sarà una eruzione esplosiva sub-pliniana, tuttavia non si può escludere che il vulcano riprenda l’attività con un’eruzione effusiva o una esplosiva di piccola energia, producendo in questo caso danni contenuti. Inoltre, nella valutazione del comportamento del Vesuvio e del rischio associato esiste non soltanto una componente di indeterminazione scientifica, ma anche una componente di indeterminazione organica-sociale a cui è associato un rischio sistemico. La società è un organismo prima che un meccanismo e pertanto non agisce secondo leggi precise, come quelle che regolano il mondo fisico. Ciò produce l’imprevedibilità di certi comportamenti e reazioni umane, che potrebbero non corrispondere a quelli attesi dal piano di emergenza. Ma allora cosa c’è da fare perché possa essere affrontato il problema del rischio con maggiore serenità? Innanzitutto fare tesoro degli esempi della storia, perché non si ripeta nei suoi aspetti negativi, e poi sfruttare l’opportunità della quiescenza del Vesuvio per sviluppare le giuste strategie per la mitigazione del rischio e non arrivare impreparati alla prossima eruzione. Ignorare il problema di come vivere in un’area ad alto rischio può comportare conseguenze gravi, mentre porsi delle domande su come affrontarlo, cercare risposte concrete e partecipare attivamente affinché si dia inizio allo sviluppo di una seria politica per la salvaguardia del territorio e dei suoi abitanti significa mettere una grossa ipoteca sul futuro, in termini di sicurezza e qualità della vita.

Stefano Carlino