City Limits

Tema

tracciati

il cammino delle acque del vesuvio

Tra alvei, briglie, vasche e catene alla scoperta delle opere di ingegneria idraulica lungo tre percorsi che rivelano aree di importante interesse storico e naturalistico.

Premesse per una fruizione inedita

Le opere di bonifica dei torrenti del Somma-Vesuvio, tra le piú rilevanti opere idrauliche realizzate con i Borbone, sono frutto della mente ingegnosa di Carlo Afan de Rivera, il quale imbrigliò i canali di scolo delle acque che discendono, a raggiera, dalle pendici del complesso vulcanico. L’antesignano del drenaggio preventivo concepí una visione unitaria ed organica del problema idraulico, interpretando acutamente le teorie dell’abate Teodoro Monticelli, realizzando unità e continuità ecologica e di paesaggio ed uniformando la bonifica di monte a quella di piano (già costituita in precedenza, con i Regi Lagni) rispetto agli ambiti idrografici in cui egli suddivise il Regno delle Due Sicilie.

All’uopo furono costruite briglie di ritenuta montana, vasche di colmata e d’assorbimento, argini, catene e briglie di fondo. Venne anche ricostruito il già esistente Alveo Comune dei torrenti di Pollena, destinato a convogliare le acque della falda nord-occidentale, con recapito a mare nei pressi dei Granili, oggi pressoché irriconoscibile se non per qualche residuo ai lati della via Argine. Non si conosce il numero totale dei manufatti realizzati, diruti o esistenti, tuttavia, lo sviluppo lineare dei torrenti raggiunge circa i 100 chilometri. Le briglie, alte piú di 15 metri e lunghe 20, e le vasche di sedimentazione (una cinquantina), alcune delle quali raggiungono la dimensione lineare di 60 metri, furono costruite con la funzione di trattenere tronchi e macigni e di moderare le piene d’acqua o di fango. Un similare accorgimento era stato realizzato anche sul monte Alvano, vicino Sarno. Sono opere di notevole valore storico, che versano, in parte, ancora in stato d’abbandono ed il cui grado d’efficacia concede di salvare vite umane. Sono infine opere che precorrono l’Ingegneria Naturalistica, all’epoca già utilizzata anche per il contenimento dei pendii franosi. Oltre alle direttrici d’impluvio vesuviane, dalle ricche falde acquifere, si aggiungono i ciummi, altro naturale complemento idrico della plaga pedemontana, oggi modificati nella sostanza per la realizzazione di collettori sotterranei.

Gran parte del lavoro umano è ancora presente, in un’area cerniera tra la nobile città partenopea e le pendici vesuviane, caratterizzata da un substrato di suolo eccezionalmente fertile e dall’esistenza di una ricca falda affiorante laddove, da sempre, l’attività di bonifica ha costituito per gli abitanti fonte di lavoro e di sostentamento. Con la permanenza dei resti di una saggia gestione delle acque convivono, pur se nocivamente compromessi dalla smodata urbanizzazione, la residua rete di fiumi e canali vallivi (Fosso Reale, Cozzone e Volla, affluenti del Rubeolo, ovvero lo scomparso Sebéto), con brandelli di pozzi e di mulini e l’ingegnoso sistema di bonifica borbonico (alvei, briglie, vasche e catene).

Gli stagni e le paludi, in età angioina, si estendevano fino a piazza del Mercato ed al Vasto; successivamente, con Alfonso I d’Aragona, si realizzarono opere migliorative spurie, con le quali perseverarono gli Spagnoli. Dai primi anni del secolo decimonono le amministrazioni locali tentarono di porre rimedio con l’esecuzione, sui torrenti vesuviani, di lavori saltuari che contrastavano nettamente con le esigenze dei coltivatori. Mentre tra le lave eruttive e le acque alluvionali gli ingegneri di Ponti e Strade Grasso, Giordano, de Fazio e Ponticelli disquisivano con i sindaci, ulteriori cause d’impaludamento erano generate dalle ceneri e lapilli eruttati dal Vesuvio. Ogni azione sortiva effetti negativi o contrari: l’Alveo Comune si dimostrò inadeguato per contenere la portata solida montana e la sua stessa presenza ostruiva le torbide acque di palude, il cosiddetto muro finanziero (o di dogana), i nuovi tracciati ferroviari e l’opera minimale d’irrigazione degli stessi Parulani contribuivano all’effusione d’acqua sui campi, la quale, mescolandosi con i letami ed i concimi, provocava la diffusione della malaria.

Dette problematiche furono affidate a Carlo Afan de Rivera, già dal 1824 Direttore Generale di Ponti e Strade, delle Acque e Foreste e della Caccia. Egli, come già aveva sperimentato con successo per il prosciugamento del lago Fucino, analizzò approfonditamente la problematica, tanto da giungere alla definizione delle concause dalle quali dipendevano il ristagno delle acque. Essendo il suolo minutamente frazionato nelle proprietà dei coltivatori di ortaggi, ciascuna di esse era difesa da muri di confine, ed irrigata da canali arbitrariamente realizzati dagli stessi. L’11 maggio 1855 fu costituita, con «reale rescritto», l’Amministrazione generale per le bonificazioni ne’ reali dominij continentali del regno di Napoli, in virtú della quale furono realizzate le prime opere nel sottobacino settentrionale. L’eruzione del 1906 rese necessari nuovi interventi di ripristino e la costruzione delle nuove inalveazioni delle falde occidentali e meridionali. In questa occasione si fece ricorso al ricavamento degli alvei (riutilizzando il materiale di espurgo), ai terrazzamenti ed agli imbrigliamenti. Ulteriori opere ebbero luogo dopo le inondazioni del 1907 e 1908 mentre molto sommarie furono le riparazioni a seguito dei danni apportati dalle guerre mondiali. Altri lavori di consolidamento e di rimboscamento si fermarono nel 1936.

Le opere, negli anni Settanta, caddero nella totale incuria, aggiunta al consumo del tempo ed all’espansione urbanistica dei nuclei abitati. Con l’istituzione della Riserva naturale integrale dell’Alto Tirone-Vesuvio furono effettuati solo sporadici interventi di manutenzione. Il degrado sembra, ironicamente, contrastare con il moltiplicarsi delle istituzioni aventi competenza sullo stesso territorio, mentre il caos urbanistico, l’abusivismo, il proliferare di coltivi negli alvei e nelle vasche, lo sparpagliarsi d’immondizie e l’uso dei letti dei lagni come assi viari costituiscono il massimo apice del degrado, nonostante il fatto che il funzionamento del sistema di bonifica reclamasse un organico piano di manutenzione. Dopo gli eroici progetti-pilota (predisposti da un gruppo di esperti, tra i quali chi scrive, a cavallo tra il 1996 ed il 2000), capaci di esperire metodologie di recupero basate sul rigore scientifico, si procede oggi con operazioni di pulizia generaliste, attuate con il solo fine di creare occupazione per gli LSU.

Tipologia delle opere idrauliche

La maestosità delle enormi briglie borboniche costruite in pietra vesuviana, sinora celate dall’esuberante vegetazione mediterranea, si riscopre penetrando nei rivoli consorziati. Questi gioielli di ingegneria idraulica erano in massima parte negati, sepolti sotto ogni genere di rifiuto, rifiutati dalla cultura, dalla popolazione e dalle istituzioni. Sembrano non appartenere a nessuno. Sembrano non appartenere alla categoria delle opere pubbliche borboniche (come i Regi Lagni o l’acquedotto Carolino) per quanto il sistema, tuttora funzionante, restaurato nella sua totalità, potrebbe essere restituito non soltanto all’uso per il quale è stato creato, ma anche valorizzato, con intelligenti forme di tutela attiva, per inediti percorsi escursionistici e come supporto all’agricoltura e viticoltura specialistica. Le varie fasi di realizzazione delle opere sono identificabili dall’analisi tipologica delle murature. Quelle di sponda degli alvei e delle briglie sono eseguite con scapoli irregolari in pietra lavica, disposti ad opera incerta a conci sbozzati e legati con malta di calce. Lo spessore di esse varia dai 60 cm. degli argini fino ai 180 cm. delle spalle delle briglie, realizzate a sacco. Secondo l’epoca di realizzazione, si va dalla muratura a secco senza lavorazione alla muratura sagomata e spesso bocciardata, di accuratissima qualità di esecuzione. Le soglie dei salti hanno gli spigoli arrotondati. Il Simonetti classifica i manufatti in:

1. grandi briglie di ritenuta montana, che dovevano compiere il duplice ufficio di trattenere il materiale e consolidare le sponde, mentre provvedevasi al rimboscamento delle pendici;

2. vasche di colmata per chiarificare le acque nel rapido e brusco passaggio dalle tratte montane, a ripidissimo pendio, a quelle vallive;

3. vasche di assorbimento per quei torrenti che, senza giungere a mare o in altri alvei, si spagliavano nelle campagne;

4. argini contenitori in terra o in muratura o misti, a difesa delle campagne solcate da tronchi vallivi, che per la grande discesa dei materiali si presentavano pensili o poco incassati rispetto alle campagne latistanti;

5. catene e briglie di fondo per evitare le corrosioni del letto degli alvei;

6. briglie di salto per diminuire la soverchia pendenza; correzione dell’andamento dei tratti ad angoli bruschi o fortemente curvilinei.

Ma chi si prenderà cura di essi? Prive di sorveglianza e d’interesse da parte delle istituzioni, queste presenze sono ancora del tutto ignorate insieme al fatto che, in passato, questo marchingegno acquadrenante è stato impeccabile nel salvare la vita a qualche centinaio di poveracci. Ma l’opinione pubblica ricorda piú volentieri le catastrofi! Infatti, di ben altro spirito si sono rivelate le operazioni che, di fatto, si sono svolte con la complicità legalizzata delle istituzioni: dal disinteresse dei comuni, artefici di lodevoli spargimenti di bitume all’impudenza del Genio civile regionale, autore di mirabili gettate di calcestruzzo. Ma l’apogeo della deferenza con la quale gli enti amministrano le opere di interesse pubblico è rappresentato dal pericolo di vedere trasformare i torrenti in fogne. I tratti di essi, infatti, che percorrono territori interessati dall’espansione urbana, sono interrati entro strutture scatolari realizzate ai margini degli abitati, di sezione palesemente troppo angusta per poter sostenere il flusso delle acque e di eventuale materiale solido, col rischio, non meno dannoso dell’indifferenza, di facile occlusione di esse, e, quindi, di tracimazioni e di esondazioni dei lagni.

Il controllo dell’efficienza dei manufatti, nella cultura dell’informazione e prevenzione, attese anche le funzioni di protezione civile garantite dalla regolare funzionalità della rete di canali contrappone, ad un passato durante il quale l’incuria e le cementificazioni azzardate hanno fatto da padroni, un ottimistico futuro di riconquista ecologica. Infatti, in considerazione dell’aspetto storico ed artistico delle opere, inserite in un contesto paesaggistico ed ambientale di pregio, che le stesse contribuiscono a valorizzare, l’esercizio della tutela trova felice risposta anche con l’attuazione di un congruo programma di manutenzione. E gl’impaludamenti? Il ricordo sovviene incombente, dopo ogni temporale, quando i luoghi situati tra il centro direzionale e le pendici del monte Somma si trasformano, per incanto, di nuovo in paludi. Paludi del terzo millennio.

 

Eugenio Frollo